Un nuovo esecutivo, un sostituto di Tremonti, o il governissimo?

“Il bilancio dello stato si fa per legge, il pil no. Quanto a me, mi sono dimesso da inquilino”. Ieri pomeriggio il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ci ha scherzato un po’ su, e nel presentare il fondo strategico della Cassa depositi e prestiti ha anche elogiato il documento per la crescita e discontinuità sottoscritto da 17 sigle imprenditoriali e sindacali: “E’ un documento molto importante, va studiato e discusso”. Ma in realtà la sola cosa che gli ha reso meno tormentata la giornata è stato il rialzo dello spread tra Btp e Bund. Leggi il Diario di due economisti sull'appello delle parti sociali
29 LUG 11
Ultimo aggiornamento: 19:47 | 16 AGO 20
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“Il bilancio dello stato si fa per legge, il pil no. Quanto a me, mi sono dimesso da inquilino”. Ieri pomeriggio il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ci ha scherzato un po’ su, e nel presentare il fondo strategico della Cassa depositi e prestiti ha anche elogiato il documento per la crescita e discontinuità sottoscritto da 17 sigle imprenditoriali e sindacali: “E’ un documento molto importante, va studiato e discusso”. Ma in realtà la sola cosa che gli ha reso meno tormentata la giornata è stato il rialzo dello spread tra Btp e Bund – sopra i 330 punti – quando si sono diffuse le voci delle sue dimissioni. E l’immediato lieve ridimensionamento, dopo che queste sono state smentite da Umberto Bossi e Saverio Romano. Bossi e Romano non rappresentano però il nucleo duro berlusconiano del governo. Che ha accolto apparentemente senza drammi il documento elaborato da un arco che va dalla Confindustria all’Abi, dalla Cisl alla Cgil passando per Confcommercio e Legacoop. Contro chi è diretto? Contro il governo o contro la politica economica e il suo dominus? Quel che è certo è che le parti sociali, unite nel chiedere uno sforzo pro crescita, paiono divise sui futuri scenari politici da preferire. E’ indubbio per esempio che la Cgil non si tiri indietro dallo scontro frontale con l’attuale esecutivo: “Il governo non è in grado di affrontare una situazione difficile – ha detto il segretario generale Susanna Camusso – non ha nessuna autorevolezza sui mercati. Se non ha un progetto, meglio cambiare”.
A Palazzo Chigi si osserva però ufficiosamente che “crescere è il nostro patto” e, se l’obiettivo è far terminare la legislatura alla scadenza naturale nel 2013, si demolisce pure ogni ipotesi di esecutivo tecnico o istituzionale. Sfumerebbe qualsiasi scenario che, più che a mettere in discussione Tremonti, punti al Cav. E di questo dicono sia convinto anche il ministro. Per una serie di motivi. Il primo è che tra i firmatari ce ne sono alcuni – come l’Abi di Giuseppe Mussari e la Cisl di Raffaele Bonanni – che con Tremonti hanno avuto un filo personale, e che in altri tempi lo avrebbero almeno avvertito.
Ma adesso, con lo staff politico e comunicativo di Via XX Settembre in tilt per il caso Milanese, anche queste tele sembrano lacerate. Così il responsabile dell’Economia ha riflettuto a lungo su una risposta più articolata, aspettando forse che provvedesse il premier ma consapevole di essere il principale bersaglio. Inequivocabili gli sono sembrati gli editoriali del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore: Sergio Romano lo attacca per i pagamenti (“in nero”) dell’appartamento affittato dal suo ex consigliere politico Marco Milanese; mentre sul quotidiano confindustriale gli articoli si concentrano sulla crescita che continua a latitare nella manovra tremontiana e sui privilegi dei politici. Il ministro risponderà oggi al Corriere, ma solo sulla casa.
D’altra parte proprio alla politica il Sole 24 Ore chiede di “riprendere la guida del paese”. Il primo dato è dunque quello di un Tremonti che si considera al centro del mirino. E non basta la previsione degli analisti che immaginano i rendimenti dei Btp decennali, ieri collocati al 5,77 per cento, sfondare il tetto del 6 se il ministro se ne andasse. A Palazzo Chigi c’è già chi si interroga su sostituti in grado di tranquillizzare i mercati, si azzardano nomi come Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, o Lorenzo Bini Smaghi, in uscita dal board della Banca centrale europea.
Con questo o con un altro ministro, è il ragionamento di Bonanni (Cisl), l’esecutivo dovrà comunque “chiedere a tutte le forze politiche di collaborare”. E’ una posizione intermedia, a metà tra quella più oltranzista della Cgil e lo scenario del governo tecnico, con il solito gettonatissimo Mario Monti. “Oggi tutti i partiti sono deboli, metterli assieme non fa una forza”, dice una fonte tra gli ideatori del Patto: “Proprio con la manovra abbiamo assistito a qualcosa del genere, una sorta di commissariamento degli schieramenti da parte del Quirinale. L’intento era lodevole; ma il risultato non è quello sperato. Né sul fronte della speculazione, né tantomeno della crescita”. La posizione di Confindustria, al momento, è quella più difficile da decifrare, anche se all’estero un quotidiano influente tra gli investitori come il Financial Times, ancora negli scorsi giorni, ha definito ideale la “sostituzione” dell’attuale esecutivo “con un governo di larga maggioranza guidato dai tecnici”. Ma i precedenti di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, al di là della retorica di facciata, non vengono certo ricordati con particolare rimpianto da molti dei ceti produttivi firmatari dell’appello di mercoledì. L’ipotesi tecnica non piace per nulla almeno a un’ala consistente degli autori del documento, cioè i “poteri medi” del sindacato e di Reteimprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti).